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come un gufo durante il giorno
I forconi a Torino: un primo tentativo di analisi a caldo, disinformata e parziale
Categories: antifascismo, politica

di Vladimiro Calboni

Che cosa credo sia successo.

Premessa: non ero presente in piazza durante le manifestazioni e quest’analisi è costretta a basarsi su quanto hanno riportato le diverse fonti dirette a cui ho avuto accesso e di cui mi fido.

Le due piazze di Torino.

Innanzitutto è fondamentale rilevare come il 9 dicembre ci siano state due manifestazioni a Torino: quella dei cosiddettiforconi o meglio la localizzazione torinese della manifestazione nazionale del #9dicembre in piazza Castello (sotto al palazzo della Regione Piemonte) e quella delle compagne e dei compagni torinesi nella vicinissima piazza Palazzo di Città, insieme ai migranti (sotto al palazzo comunale). È bene notarlo perché sia prima, sia durante e sia dopo la manifestazione si è diffusa da più parti (vedremo per quali ragioni) la falsa notizia (o meglio l’assunto implicito) che “i centri sociali” o “gli autonomi” fossero arrivati nella piazza dei forconi, e addirittura che avessero partecipato agli “scontri”.

Diverse compagne e compagni hanno effettivamente seguito come osservatori (ma senza partecipare) la manifestazione dei forconi, così come ampiamente annunciato.

Le specificità dei forconi torinesi.

L’altro punto importante da chiarire è la specificità della piazza torinese dei forconi rispetto alle altre piazze e presidi italiani. Lo si può notare già dalla partecipazione ben più massiccia. Se quasi ovunque altrove ad “animare” si fa per dire i presidi e le piazze erano poche e a volte pochissime decine o unità, a Torino migliaia di persone si sono ritrovate in piazza. Non a caso Torino è anche la città dove ci sono stati gli scontri più duri con le forze dell’ordine, altrove quasi assenti. Un altro aspetto da considerare è quello generazionale: molti giovani e giovanissimi.

Tagliando con l’accetta, e sempre tenendo a mente la premessa iniziale, posso dire che se altrove le manifestazioni hanno visto la partecipazione di poche persone, quasi tutte adulte, piccoli imprenditori ed ex-imprenditori agricoli e non, con presenza fascista percentualmente molto rilevante (anche mal mascherata sotto sigle corporative più o meno improvvisate), a Torino oltre a tutte queste entità c’era anche molto altro: gruppi ultras juventini (che non hanno mancato di creare problemi agli stessi organizzatori, che credo avrebbero preferito una protesta meno “infiammata”), e tanti giovani e giovanissimi delle periferie torinesi. Sempre tagliando con l’accetta, se altrove la composizione di classe era perlopiù ascrivibile a una parte della piccola borghesia proletarizzata o in via di proletarizzazione, a Torino c’era anche molto sottoproletariato. Qui poi la presenza dei fascisti dichiarati è bassa, soprattutto se appunto la mettiamo in proporzione al totale dei presenti. Non credo che fossero in più di un centinaio.

Who makes the fascists

Una destra di movimento

Abbozzato il contesto particolare torinese, ora vorrei fare una piccola digressione più generale sul cosiddetto “movimento #9dicembre” o meglio sulla sua ricezione mediatico-istituzionale e il suo inserimento nel contesto nazionale attuale. Non sono uno “specialista” e mi perdonerete la semplicioneria.

Vediamo appunto innanzitutto questo contesto. Quasi un mese fa Alessandra Daniele su Carmilla tracciava una breve e brillante analisi del sistema partitico attuale: un mostro a dieci destre che ha occupato quasi tutto l’arco parlamentare, opposizioni comprese. Una macchina reazionaria che nella sua apparente diversificazione ottiene il duplice scopo di mantenere le parvenze democratiche proprio mentre annulla qualsiasi opposizione reale. Questo sistema si inserisce (ed è un approdo intermedio) in un più lungo processo reazionario. Da anni le istituzioni italiane sono sempre più legaliste e sempre meno legittime, si sta sostituendo la legittimità delle istituzioni e del potere con la loro legalità. Se da una parte ciò ha consentito al potere capitalista di attuare la reazione, lo ha pure esposto a rischi. Un sistema che ha prima relegato ai margini e poi espulso da sé ogni dissonanza si espone potenzialmente se non al proprio possibile crollo almeno alla nascita di soggettività esterne ad esso in grado di denunciare la sua nudità imperiale, la svuotamentto di legittimità reale delle istituzioni dietro alle parvenze legaliste della democrazia parlamentare ormai avviata verso qualche forma di presidenzialismo o simili.

La nascita o meglio il ritorno dei forconi con le loro istanze corporative, dal basso e in qualche modo movimentiste, è una ghiotta occasione su cui questa Idra a dieci teste ha già messo gli occhi. Un loro perdurare consentirebbe una comoda quadratura del cerchio: al sistema di dieci destre parlamentari si aggiungerebbe una destra esterna, da bastonare lievemente e coccolare sotto banco, da usare come agevole “portavoce” di chi è stato estromesso, recuperando così la legittimità che sta perdendo.

Grillo

Una di queste dieci teste ha forse un po’ da perdere in questo contesto, ed è quella grillina. Se finora a svolgere questo ruolo di contenimento dei relegati è stato Grillo, con un possibile parto assistito dei forconi proprio questo suo ruolo viene messo in crisi. Ciò probabilmente è utile anche al suo contenimento, ma soprattutto la presenza dei forconi è in grado potenzialmente di coprire aree che Grillo finora non era riuscito a intaccare più di tanto: i veri esclusi da tutto, gli astenuti da tutto, i “vota nessuno”, il partito dei senza nome in crescita, escluso anche dal non-partito da Grillo. Per questo Grillo si agita, cambia rotta, e dopo aver nei giorni precedenti il 9 dicembre aver fatto dichiarare da diversi grillini che non c’entrava e non voleva c’entrare col movimento dei forconi (forse temendo trappole) ora lancia su di loro opa disperate.

Gestione mediatica e istituzionale

Per questi motivi vi invito a porre molta attenzione alla ricezione mediatica e istituzionale dei forconi. Sarebbe tragicamente complottista e del tutto sballato pensare che ciò che sembra iniziare ad accadere sia tutto manovrato dall’alto, che faccia parte di chissà quale strategia. Di più, come ogni complottismo sarebbe autoassolvente. Se questi fenomeni si presentano è perché c’è un vuoto, un vuoto lasciato innanzitutto dai movimenti. La proletarizzazione e la sottoproletarizzazione sono fenomeni più reali e più globali dei tentativi di gestione degli stessi.

L’apparato mediatico-istituzionale e il mostro partitico stesso non ha una sola guida. Ciascuno agisce per la sua parte secondo i propri interessi. Ci sono dieci destre che si bilanciano ma che pure competono tra di loro per la propria fetta di torta, e non tutte sopravviveranno così come sono ai prossimi mesi e anni. Ci sono contraddizioni e aporie, angoli e incroci sui quali è possibile anzi doveroso agire e fare leva. Ma tutte le dieci teste del mostro (in misura minore forse solo Grillo stesso, che proprio per questo aveva provato inizialmente ad allontanare l’amaro calice, e ora fa il solito giochetto della finta testa di ponte) hanno interesse alla nascita di nuovi movimenti di destra in seno alla società. Ognuna poi cercherà di proporsi a essi come interprete amichevole, padre severo o bonario, compagno o camerata di lotta, esaltandoli o blandendoli, e tutte beneficeranno del loro scudo.

Narrazioni tossiche della piazza torinese

Esemplare a riguardo è la gestione e la narrazione di ciò che è successo a Torino. I media si sono affrettati a spiegare che “la protesta dei forconi è stata pacifica”, che le violenze sono frutto “degli autonomi, degli antagonisti, dei centri sociali” (che come detto erano in realtà in un’altra piazza). La protesta dei forconi riceve ovunque un’attenzione mediatica che gli altri movimenti di lotta popolare, ben più partecipati e importanti per durata e vertenze, si sognano. Da subito sono entrati nel dibattito politico da cui sono esclusi e criminalizzati tutti gli altri, per un motivo semplicissimo: è politicamente una protesta corporativa che a Torino intercetta anche lo scontento dei ceti popolari, molto utile per i motivi già detti.

In conclusione, direi che il sistema sta giocando pericolosamente con ciò che ha escluso e temo che una sottovalutazione o un disinteresse da parte dei movimenti di ciò che inizia a muoversi possa portare alla crescita anche massiccia dei movimenti di estrema destra se questi riuscissero a comporre attorno a sé gli “esclusi da tutto”.

La posizione di Infoaut

I meriti

Proprio da questa preoccupazione, che condivido e trovo molto appropriata, mi sembra nasca la posizione di Infoaut, organo di informazione dei movimenti che ha il suo baricentro proprio a Torino e che già laveva preannunciata prima del 9. Presa di posizione che ha appunto il merito di porre la questione della necessità di non abbandonare a se stessa questa “cosa” che forse sta nascendo, e in ogni caso le forze che la compongono, mentre quasi ovunque altrove al riconoscimento del segno politico di questo supposto evento non fa seguito altro approccio che quello isolazionista verso le componenti fasciste e corporative, approccio che però almeno a Torino è secondo me insufficiente.

La posizione di Infoaut è stata oggetto di diverse (anche aspre) critiche da parte di compagne e compagni, specie di altre parti d’Italia. Togliendo le (implicite) irricevibili accuse di “rossobrunismo”, molte delle critiche credo siano dovute:

– al mancato riconoscimento della specificità torinese (forse non sufficientemente esplicata da Infoaut) e su questo non mi dilungherei ulteriormente;

– alla diffusione della percezione errata secondo cui parte del movimento torinese sarebbe sceso in piazza insieme ai forconi, cosa che appunto non è avvenuta (un fraintendimento forse alimentato dalla posizione di Infoaut stessa).

 

In ogni caso non è mio interesse fare qui l’avvocato di Infoaut (di cui chiaramente non faccio parte) tanto più che si difende benissimo da sola (pure troppo).

Quello che non mi convince della posizione di Infoaut

Ciò che mi interessa invece (dopo questa verbosa contestualizzazione) è aggiungere nel mio piccolo al dibattito quanto ancora, al netto dei fraintendimenti già delineati, non mi convince dell’analisi dei compagni e delle compagne di Infoaut.

Prima di tutto, trovo che il giustissimo appello che abbiamo visto nel paragrafo precedente sia portato avanti nel primo post in contrapposizione all’analisi politica vera e propria. A essa si sostituisce un’analisi delle componenti di classe, come se le due cose non fossero premessa necessaria l’una all’altra:

Permetteteci di dubitare… alla certezza dell’analisi delle identità preferiamo il metodo di lettura della composizione di classe (e delle sue ambivalenze) e l’andare a veder quel che si muove come compito minimo del militante.”

Nel rilevare così, molto giustamente, come non siano e non si debbano censurare come già “fasciste” le forze sociali presenti a Torino si trascura di dare imprescindibile rilevanza al fatto che i dispositivi in cui queste forze agiscono sono già ora corporativi e fascisti e che questi stessi vadano smembrati proprio per liberare quelle forze. La difficoltà di questo compito cruciale non può essere risolta ignorandola, appiattendo le due fasi dell’analisi politica e di quella di classe.

È ben vero che l’approccio isolazionista e disinteressato verso questi fenomeni non è sufficiente, ma l’opposizione va costruita mentre le proteste di destra vanno sabotate e frantumate.

Se si manca di distinguere le varie fasi si manca anche poi nel leggere i segni di ciò che abbiamo davanti:

[…] Si sono dati un codice di comportamento che in buona sostanza riesce a tenere insieme il “tutto”, della serie “anche la polizia è nostra amica perché vivono la crisi anche loro”, oppure “la bandiera italiana è l’unica accettata e i poliziotti devono difenderci”, discorsi per certi versi non dissimile da quanto si ascoltava in alcune assemblee della prima Onda…”

Questo non è solo “un codice di comportamento”, è un chiaro sintomo. Se l’analisi è tutta spostata sulla composizione poi si manca di notare ciò che invece è parte del dispositivo.

Io temo che nella sacrosanta propensione dei compagni di Infoaut al conflitto contro il sistema di potere si trascuri un po’ troppo che questo conflitto non smette di declinarsi anche al suo interno. È ben vero che la piccola borghesia è in fase ormai acuta di proletarizzazione, ma è necessario problematizzare come questo processo di classe si declina politicamente. Un (ex) piccolo-borghese proletarizzato non è già un proletario, politicamente tende proprio al fascismo, e se da una parte non ci si deve fermare a questa tendenza (che così diverrebbe una profezia che si autoavvera) neppure si può mancare di rilevare la complessità del compito.

Nel finale di questo primo pezzo c’è poi un po’ a sorpresa un abbozzo di analisi politica implicita che però non mi sento di condividere:

“Per concludere vorremmo ancora porre l’attenzione su un aspetto che ci sembra non trascurabile: come dicevamo, questi soggetti mostrano una esplicita allergia alla “politica” in tutte le sue forme. Come si è già verificato col grillismo, per la maggioranza di questi uomini e donne la contrapposizione politica storica tra Destra e Sinistra non ha più alcun senso. Non per accodarci ai corifei che negli ultimi decenni hanno predicato il puro e semplice abbandono di una collocazione, un’appartenenza e un’identità, prendiamo comunque atto che per quote ampie di popolazione queste non rappresentano più niente, proprio perché non esiste più alcuna esternità al rapporto di Capitale, perché la sussunzione reale della società al Capitale è un fatto compiuto e irreversibile (a meno, appunto, di un processo rivoluzionario di radicale trasformazione dei rapporti sociali e di liberazione degli umani – processo che non avverrà da solo ma che dovrà essere aiutato, costruito, tentato). Assumiamo qui il punto di vista secondo il quale ci troviamo di fronte all’individualizzazione ultima cui è giunto il processo di capitalistizzazione della società, ormai abitata da puri atomi sprovvisti di identità forti che non siano quelle illusorie e reprimenti della famiglia e della nazionalità di appartenenza, o quelle ben più profonde (impercepite ma più pericolose perché più sottili) del consumo e dell’effimero. Qualcuno l’ha definita piccola borghesia come nuova classe universale, qualcun altro moltitudine (ma, diremmo noi, alquanto polverizzata e molto poco classeper sé), altri ancora soggettività del capitalismo tecno-nichilista, qualcun altro bloom… Quel che è certo è che con questi frammenti di classe, con questa umanità, ci dovremo confrontare.”

Ora, aprire qui una disamina approfondita di quanto si implica in questo paragrafetto, lo troverei un po’ fuori luogo, e temo di non esserne all’altezza, di non avere i mezzi teorici per volare così alto. Ci tengo solo a dire che non condivido questa lettura e provo a volare un po’ più a bassa quota. Le “quote ampie di popolazione” che non si riconoscono più nella dicotomia Destra e Sinistra ci saranno pure, ma secondo me non sono frutto della “compiuta sussunzione totale della società al Capitale”. Credo che questa supposta sussunzione non sia affatto completa e che non arrivi mai ad esserlo. Credo che ci siano fasi in cui si creano vuoti di rappresentanza ma che presto vengano colmati, e non che si fermino nell’assoluto rifiuto di ogni rappresentanza. Altrove i movimenti e le forze di sinistra stanno cercando faticosamente di ricomporsi, così come a destra sono sorte nuove aggregazioni e forze naziste e fasciste. Pensiamo ad esempio alla Grecia, dove c’è Syriza e c’è Alba Dorata, ci sono gli anarchici e gli stalinisti ma non credo ci sia il bloom, o sbaglio? E i partecipanti al #9dicembre sono il bloom? Non credo proprio, sarà anche vero che non si riconoscono più nella rappresentanza classica, e presi singolarmente molti di loro potrebbero essere chiamati così, ma la loro collocazione attuale è già ben incanalata, verso destra.

Ma queste sono appunto analisi politiche, e vorrei che Infoaut trattasse la cosa più esplicitamente, più approfonditamente e più concretamente, ed è questa la vera critica che muovo, non tanto alle analisi in sé ma alla loro, a mio parere, insufficienza.

Il secondo post invece è innanzitutto un lungo e accorato appello di nuovo a non ignorare le proteste, appello che in sé condivido, ma anche qui riproposto secondo me trascurando quanto già notavo per il primo.

Dove si va?

Non volendomi dilungare ancora (mi rendo conto di averlo già fatto troppo) vorrei porre una questione finale, non a ulteriore critica di Infoaut, ma più generale, anche a me stesso. Quali prospettive reali nascono dall’avvenuta blindatura reazionaria e legalista del sistema rappresentativo istituzionale italiano, cioè l’estromissione lenta, diversificata e inesorabile occorsa negli ultimi vent’anni delle compontenti sociali dalle istituzioni, dal parlamento, dai sindacati? Non è forse il discorso metapolitico, la retorica dell’anticasta, parte di questo stesso processo, anche nelle sue forme meno deteriori? Qual è la strada che dobbiamo prendere nell’opposizione a questo processo, la riconquista di spazi di rappresentanza, la creazione di nuovi spazi in nuove istituzioni o l’insurrezione permanente? Quali cose, in quali momenti, come? Chi siamo, dove andiamo, sì ma quanti siamo? Un fiorino.

79 Comments to “I forconi a Torino: un primo tentativo di analisi a caldo, disinformata e parziale”

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  61. robydoc ha detto:

    rafaeli se mi posso permettere mi pare che tu faccia un confusione un po’ grave tra questione “tecnica” e questione “politica”. Lo stesso indicare una causa sola che porterebbe prima alla difficoltà di ripresa (e già qui…) e poi di filato alle esplosione delle leghe reazionarie dovrebbe un po’ insospettirti, visto che il fenomeno non è stato circoscritto alla Francia. Ma ammesso (e tutt’altro che concesso) che così fosse, esiste un salto logico che tu riprendi tra i no-euro: visto che c’è l’€ è impossibile pensare A) politiche contrarie all’austerità e B) trasferimenti massicci da Germania e paesi del nord verso i PIIGS. Queste non sono questioni tecniche, sono questioni politiche. Sono legate non a meccanici aggiustamenti macroeconomici ma a rapporti di forza, ruolo di opposizioni, e – per provare a stare un minimo in topic – cosa sapranno fare e come saranno i movimenti sociali. Il fatto che tutte queste dimensioni per adesso non sono favorevoli è un fatto politico, che mi porta a dire che secondo me sarebbe meglio uscire, ma non certo un dogma economico. Sul punto A ti hanno già risposto efficacemente: vedrai che le politiche diventeranno presto meno austere, non tireranno ancora tanto la corda. Sul punto B, mah, chissà, dipende. E anche qui il fatto che io sia d’accordo non significa granché, sono posizioni politiche. Altri legittimamente pensano che dovrebbero rafforzare i movimenti in Germania e nei paesi del nord. In Belgio per esempio un po’ ci provano a spiegare alla Germania che il dumping salariale potrebbe portare ad effetti di ritorsione. Ma qui il punto è un altro: se la piazza è di destra e non riusciamo a conquistarla a che ti serve uscire all’euro se poi ti imporranno di rimanere con i capitali a girare tranquillamente, e con la banca d’Italia controllata dalla classe dirigente fascista? L’ultima cosa: va bene tutto ma le AVO proprio no. A parte che anche la teoria è stata decisamente confutata, guarda che in natura non esistono. Non è che la Francia, la Spagna o l’Italia siano AVO. Non lo è neanche la Lombardia… Se ti interessa http://keynesblog.com/2013/06/12/la-teoria-delle-aree-valutarie-ottimali-non-spiega-la-crisi-delleuro-pdf/

  62. rafeli ha detto:

    @vladimiro In effetti sembra proprio che io sia keynesiano e tu monetarista, con questa fissa dell’inflazione 🙂 ma è un dibattito su cui ciascuno dovrebbe farsi la sua idea studiando.

    Accolgo l’invito a tenere la discussione su binari politici e “forconiani”.
    A questo proposito vorrei citare un precedente che mi sembra molto calzante.

    Dopo la crisi del ’29 la Francia è stato uno dei paesi più lenti a riprendersi. Il motivo? Il dogma della convertibilità del franco in oro e del mantenimento del suo valore, che portò a delle larghe intese con compressione di salari e diritti. In questo clima in pochi anni si assiste a un’esplosione delle “Leghe” reazionarie (ma con avanzate rivendicazioni operaiste), in particolare Action Française e i Croix de Feu che decuplicano gli iscritti. Il 9 febbraio 1934 (2014?) questi cercano la prova di forza e arrivano a un passo dal prendere il parlamento. La polizia, che adora il capo dei cdf, tentenna.
    Solo di fronte al pericolo vero le sinistre si svegliano. Un’alleanza tra comunisti socialisti e radicali di sinistra (detti “giovani turchi”) prende il nome di Front Populaire e vince le elezioni con un programma di sinistra vera.
    Non solo! Grazie alla sospensione della convertibilità e una svalutazione del 35% l’economia si riprende e vengono finanziati (a debitopubblicobrutto) i provvedimenti sociali necessari: pensioni, istruzione, salari.

    Io prego che i forconi bastino, per produrre quest’effetto. Ma temo dovremo vederne di peggio.

    E se invece va come dici tu? Ovvero le classi dirigenti tedesche e italiane si accordano contro il mandato elettorale per mantenere l’esistente ammorbidendo l’austerità?
    I calcoli li ha fatti Jacques Sapir: ci vorrebbe un trasferimnto di ricchezza da nord a sud di 250 miliardi l’anno. Ora riflettiamo un attimo: se dopo 150 anni di unione monetaria italiana con trasferimenti fiscali sono nate le camicie verdi, quanto ci metteranno i tedeschi a rifare le camicie brune?

  63. Vladimiro Calboni ha detto:

    @rafaeli

    Non vorrei andare troppo off topic nel risponderti, questo in fondo voleva essere uno spunto per discutere nel merito dei forconi e non per scontrarsi sulle vie divergenti da percorrere a livello macro. Cerco di essere breve.

    Capisco molti dei tuoi punti e argomenti, ma stiamo parlando da posizioni opposte ai massimi livelli. Difficile entrare nel merito, ci sono troppi “meriti” che sarebbero da sviscerare. Tu sostieni uscita dall’euro, inflazione più o meno fisiologica/controllata, per impossibilità d’alternative nel sistema attuale. Io come credo anche Kigen (mi correggerà nel caso) sostengo che è troppo, e troppo tardi.
    Provo a rovesciare il discorso dell’ “immodibificabilità delle politiche di austerità”. Io dico invece che il dispositivo “austerità” è fallato, che non può essere agito oltre un certo punto. Verrà corretto per forza. Anzi è già stato corretto in più occasioni. Di fatto in un certo senso l’Italia è già andata in default (la Grecia molte volte), è tenuta su artificialmente e non si sa per quanto. Il debito accumulato è *gigantesco* ed è difficile che questo enorme dispositivo di lotta di classe dall’alto che è anche ordine dell’attuale possa essere usato *così com’è ora* ancora per molto. Ogni tanto lo ammorbidiscono come possono, proprio per continuare a usarlo e a starci dentro. Secondo me uscire dall’euro adesso rischia di essere addirittura controproducente perché fornirebbe la possibilità di usare dispositivi di estrazione del surplus nuovi e creati all’uopo, per estrarre alla fine di più di quanto non si riesce ora.

    Per me ha molto più senso rivendicare la cancellazione del debito, non solo a parole e come istanza, ma resistendo sui punti reali di estrazione. Difendendo ciò che ci rimane e riconquistando nel concreto quello che ci hanno tolto. Mettendolo in comune e difendendolo tutti insieme. Mettendo in comune l’abitare, il territorio, le poche risorse che ci rimangono, le nostre forze. Anche con gli altri calpestati d’europa e non. Iniziando magari a costruire le nuove istituzioni di cui accenno alla fine del post.

    L’alternativa che proponi non manca di fascino, lo ammetto, ma la trovo meno praticabile e in fondo una falsa pista. Come dicevo ci sono troppi meriti che dovremmo sviscerare per capire se ho ragione io o hai ragione tu, e non mi interessa farlo qui, ci tengo solo spiegare qual è la mia posizione (penso sia dovuto) e poi per me si può anche finire di discutene qui di questo e si può farlo altrove. Dicevo: la tua la trovo una falsa pista. Perché le forze anti-euro secondo me sono funzionali in fondo a tener buone delle fette di popolazione (di cui i forconi credo facciano parte, per tornare a bomba) che non si vuole dare in mano alla sinistra proprio per poter continuare il giochetto dell’austerity. Si costituirà magari per le europee un partito o meglio un’agglomerato antieuro a destra per intercettarle, ma non si lascerà che siano davvero in grado di uscirne. Si userà l’argomento per dividere le sinistre potenziali o meglio per evitare il loro coagularsi su istanze di sinistra (come già sta accadendo) mantenendone una parte su posizioni interclassiste e confusioniste. Questa è almeno la mia impressione, che mi rendo conto non è affatto sufficiente per ribattere in toto alla tua.

  64. rafeli ha detto:

    @vladimiro Vorrei innanzitutto che invece di instillare paure rispondessi alle domande fatte sotto:
    -Sei d’accordo che con le attuali regole di bilancio è impossibile fare una politica di sinistra, ma anche solo di uscita dalla crisi? -Convieni con me che le politiche di austerità sono immodificabili stante l’euro (vedi accordo di coalizione tedesco)?

    Poi dici che dovremmo astenerci dal patria o muerte perché suonerebbe male da noi. La logica non è evidente all’italiano medio, ma non è detto che non ci sia. Il punto è che NON dovremmo gridare patria o muerte.
    Ma riprenderci, come dicevi tu, quegli spazi da cui “siamo stati estromessi” con la retorica del “dove troviamo i soldi” e delle “riforme che ce lo chiede l’europa”. I soldi li trovano in Bolivia. Stampandoli. Per noi che siamo manifatturieri ecc. dovrebbe essere uno scherzo. Gli Usa di cui siamo colonia? Sono già d’accordo, visto che la loro economia soffre della nostra sofferenza.

    Continui nella chiusa a parlare di *questa* unione europea. Ne vedi un’altra? I suoi cardini come ho spiegato sotto sono ideologicamente bloccati nei trattati e dalla volontà politica di chi se ne avvantaggia.
    Il che si connette con la linea delle “rivendicazioni sovranazionali”. A parte che non capisco come: dici che non riusciamo ad arrivare a Roma quindi andiamo a Brussels? Magari me lo spieghi meglio.
    Ma soprattutto, lo vedi che così vai contro i lavoratori di altre nazioni? Perché i lavoratori tedeschi hanno deciso: non vogliono darci soldi. È legittimo. Credono ai loro pifferai perché stanno bene, hanno interessi diversi da quelli italiani e greci. Li convincerai tu? O l’SPD?

    Poi, è chiaro che dobbiamo stare con i migranti e con i compagni. Il problema è come. Secondo me, e gradirei smentite solo se
    1 diciamo la verità sull’euro e la smettiamo co sto terrorismo à la Oscar Giannino (fidati che avremo consenso perché gli argomenti sono inoppugnabili)
    2 facciamo proposte di sinistra finanziabili all’uscita dell’e.
    3 lottiamo perché queste proposte passino!

    Altrimenti, la linea sarà: siccome siamo troppo polli per opporci al fascismo che scateneremmo dicendo cose democratiche e di sinistra, stiamocene a casa nostra, così quando ci verranno a prendere potremo dire “visto?” col ditino alzato. Se invece proviamo a dire la verità… NO, non sono sicuro che avremo la forza ecc. ecc. MA sono sicuro che se non ci proviamo, foss’anche per dare una testimonianza, vinceranno i fascisti. Svegliamoci ora.

  65. Kigen ha detto:

    Cmq per tornare ai “forconi” e alla lettura di infoaut nello specifico, io sono sempre stato un feroce critico della sinistra istituzionale italiana e avversario dell’unione anti-berlusconiana a prescindere. Reputo pure interessante una lettura della composizione di classe non schematica o vetero. Però arrivare a fare uno schema in cui la sinistra distrugge la società e la destra raccoglie i frutti di questo deserto cavalcando il populismo mi pare forse esagerato. Diamo una parte di colpa equivalente anche alla destra di questo schifo, dai.

  66. Vladimiro Calboni ha detto:

    @rafaeli

    Sei sicuro che noi (compagne e compagni, sinistra, opposizione, chiamaci come vuoi) abbiamo i numeri, le forze, la preparazione, gli strumenti e la prontezza per giocare la partita a livello nazionale? Permettimi di dubitarne fortemente. E giocando la partita in Italia con la sovranità come rivendicazione comune temo che si attiverebbero frames parecchio tossici, che ho paura non siamo in grado di affrontare.
    L’Italia non è la Bolivia. È ancora il secondo paese manifatturiero in Europa, o sbaglio? Da noi Patria O Muerte temo non suonerebbe così cheguevariano. Non siamo una colonia, siamo un pezzo dell’impero, per quanto in crisi e sempre più spinto in periferia. L’antimperialismo nostrano non ha mancato di mostrare questo, anche prima dell’Euro.
    L’approccio geopolitico non è il mio forte, ma secondo me si dovrebbe piuttosto dotarci di strumenti e volontà di coordinare le vertenze a livello internazionale con gli altri paesi del “sud europa”, non tanto per uscirne tutti insieme (che già forse sarebbe comunque meglio dell’angusto orizzonte nazionale) ma per agire insieme contro l’austerity. E quando dico sud europa mi riferisco non soltanto a quella UE.
    Quindi sì, d’accordo, siamo contro *questa* unione europea, ma con chi? Io preferisco stare con i migranti, con i compagni greci spagnoli portoghesi, con gli altri paesi mediterranei, non a traino di questo poujadismo rabberciato e racimolato in quattro e quattr’otto il cui colore s’intravede già benissimo.

  67. rafeli ha detto:

    @kigen nessuno vuole dichiarare morta l’europa, solo l’euro. Morto per problemi tecnici (non è un’area valutaria ottimale) ma soprattutto politici, che non mi pare tu stia contestando.

    Infatti le elezioni tedesche ci consegnano chiaramente una linea politica condivisa da tutti i paesi core. Essa a breve e medio termine non cambierà se resta l’euro (i governi del nord hanno investito troppo in bugie anti-piigs per proporre adesso di aiutarli).
    Data questa linea politica, è chiaro che la crisi continuerà a peggiorare, e che pannicelli caldi (spendere di più per l’istruzione per es.) sono persino controproducenti (e infatti i nostri laureati vanno a far bella figura dove c’è lavoro).

    Quale ruolo possono avere allora i movimenti dal basso? Innanzi tutto corretta informazione. I politici piigs tentano e tenteranno di dare la colpa ai cattivi tedeschi, portando le lotte su un terreno quello sì nazionalistico e antieuropeo.
    (Un esempio di corretta informazione è questo. per uscire dall’euro basta un decreto legge. Punto. E già questo produrrebbe un recupero tumultuoso del nostro Pil.)

    Una volta impegnatisi su questo, impegnarsi nelle lotte, che FINALMENTE avranno un bersaglio sensibile e largamente condiviso. Potremo battere i fascisti sul nostro terreno, invece che contestando l’ovvio “perché se lo dicono loro è sbagliato”. Loro proporranno sovranità, nazionalismo e lavoro. Noi proporremo sovranità, lavoro, diritti e solidarietà.

    È ESSENZIALE fare questa scelta. La maggioranza silenziosa sta cominciando a capire e incazzarsi e chi salverà la situazione ne raccoglierà i frutti.

  68. Kigen ha detto:

    @rafeli
    Sì mi sembra che la dinamica degli Stati forti sia questa: pro-austerità, però non vedo come chiudere la partita della lotta anti-austerità a livello europeo, non è che dopo le elezioni tedesche possiamo dichiarare morta l’Europa e soprattutto non ritengo prticabile tornare alla moneta nazionale, non mi pare realistico. Però sinceramente condivido il fatto che il centro della discussione sia politica, per questo il ruolo dei movimenti ritorna importante

  69. Vladimiro Calboni ha detto:

    Grazie a Kigen per l’ospitalità e a tutti per i commenti. Vorrei continuare qui quanto già abbozzato nel post con qualche aggiornamento.

    I numeri.
    Quasi ovunque la partecipazione è scarsissima. Poche centinaia e spesso poche decine (se non unità!) di manifestanti “riescono” però a fare cose che movimenti con decine e centinaia di migliaia di persone non riescono a fare. Poche decine tengono Piazzale Loreto a Milano per giorni. In trenta tagliano la Sardegna in due. Qui c’è qualcosa che non quadra, non sembra anche a voi? I media e le istituzioni invece continuano a dare una rilevanza enorme a quanto accade, che appunto accade proprio perché viene lasciato accadere. E poco conta che una parte delle “dieci destre” e dei loro portavoce mediatici “ne parlino male”, ciò sta naturalmente nel gioco delle parti a cui accennavo nel post (destre bonarie e destre severe) ma tutte le destre di cui sono composte le istituzioni e che occupano i media ne parlano. Stanno ingigantendo e dando spessre, alimentando se non proprio dei non-eventi eventi molto minori.

    Specificità torinesi
    Se le cose stessero semplicemente così le parole di Ellepuntopi sarebbero tombali. Ma appunto mi permetto di riportare nuovamente all’attenzione di tutti la specificità della piazza torinese. A Torino i numeri sono molto maggiori. Si parla di almeno 2000 manifestanti, senza contare gli studenti che sono scesi in piazza oggi, andando contro alle “parole d’ordine” dei coordinamenti dei forconi. La posizione dei compagni torinesi di fronte a questo si può condividere o meno, è stata oggetto di molte critiche anche da parte mia nel post; la loro scelta di “stare in strada” e i presupposti teorici che hanno portato a questa scelta possono essere oggetto di critica finché vogliamo ma la scelta non può essere ignorata anch’essa. Tanto più oggi che come dicevo gli studenti sono scesi in piazza e hanno subito la repressione dura delle forze dell’ordine, repressione che altrove in altre piazze forcone non c’è stata (anzi addirittura circolano testimonianze -da verificare- di aiuti: poliziotti che portano le brioche ai presidi a Savona, poliziotti che accompagnano i forconi milanesi in metrò…).

    Posizioni fastidiose
    Al di là delle analisi e delle prospettive che hanno portato a queste scelte, è un dato di fatto che la loro presenza infastidisca non poco i coordinatori del movimento dei forconi, con le loro pagine facebook che abbondano di appelli a “isolare gli antagonisti, i criminali dei centri sociali, in combutta per far degenerare la protesta”. Anche se le analisi e le posizioni teoriche non sono perfettamente allineate a ciò che in molti si auspicherebbero (un contrasto esplicitamente antifascista che frantumi il movimento) la loro presenza concreta dei compagni e degli studenti nei fatti va proprio verso quella direzione, perché distrugge l’unità corporativista e interclassista che i coordinatori vorrebbero. Detto questo, che le analisi e le scelte siano a mio parere in buona parte incongruenti è comunque un problema.

    Basta corporativismo nei movimenti!
    A riguardo però vorrei fare qui nella mia insignificanza un appello: basta al corporativismo nei movimenti! Se è a una poujade corporativista che dobbiamo resistere cerchiamo in primo luogo di non esserlo noi stessi! Le critiche anche dure da parte di ognuna e ognuno sono *necessarie* per venirne fuori, e *proprio perché sono necessarie* sarebbe ora che tutte e tutti smettessimo di occuparci soltanto del proprio orticello di verità. Ripeto, non è un appello al volemose bbene, anzi è l’opposto: tra compagni discutiamone duramente ma apertamente, senza derive identitarie, senza accuse improprie di fighettismo o rossobrunismo a seconda.

    La dimensione nazionale e internazionale del fenomeno
    Provo a farlo io per primo, continuando qui la mia critica alle posizioni dei compagni e delle compagne torinesi. Tenendo ferma la specificità torinese che per primo penso sia importante avere ben presente, la partita si gioca a livello nazionale innanzitutto e poi internazionale. Se nelle piazze torinesi si è prodotta una complessità che altrove non c’è bisogna però poi chiedersi sinceramente se questa specificità sia davvero in grado di resistere alla sovradeterminazione nazionale del movimento.

    Chi tiene i fili?
    È ben vero che Torino sfugge a questo controllo, e oggi lo si vede bene con la protesta degli studenti, ma di chi si vorrebbe sia il cappello di questo fenomeno? Chi detta tappe e scopi, a Torino per fortuna spesso inascoltati? Le pagine facebook dei vari “coordinamenti” le avete viste bene? Chi sono i “lanciatori”? Chi si è autonominato portavoce e leader? Non si può ignorare che se da una parte *nella piazza torinese* questa organizzazione non detiene il controllo del fenomeno (anche grazie all’azione concreta -al di là delle analisi e delle posizioni- delle compagne e dei compagni torinesi) altrove è tutto in mano a… non si sa bene chi. Non si sa, ma se ne avverte molto bene l’odore, e sa di merda e sangue come nella peggiore tradizione neofascista italiana. Personaggi pagliacceschi, wannabe golpisti da operetta, finanziati forse da qualche pagliaccio appena più grossetto, e comodi a tutte le dieci destre così come provavo a rilevare nel post. Questo fatto, questa parte del fenomeno non andrebbe secondo me ignorato. Non so bene quali siano le contromisure ma vorrei portarlo all’attenzione dei compagni torinesi soprattutto.

    Prospettive.
    Che cosa succederà adesso? Non credo di essere in grado di dirlo anche perché molto dipende da come si muoveranno i movimenti. I media stanno soffiando molto su questo fuocherello cercando di farlo durare finché possono. C’è chi si lancia in analisi sul futuro, più o meno dietrologiche, a breve e medio cabotaggio. Le europee, il contenimento di Grillo, la creazione di un partito unico di estrema destra, mal spazzolato. Vedremo. Buona lotta a tutte e a tutti.

    Vladimiro

  70. rafeli ha detto:

    E certo sarebbe difficile contestare il ruolo che un 20% di sopravvalutazione rispetto ai principali partner ha nella crisi 😀
    Ma: a “le politiche di austerità sono immodificabili stante l’euro” rispondi di no allegando una mancanza di nozioni economiche. Ma questa non è una questione economica, è politica.
    Ovvero: Per uscire dall’austerità restando nell’euro bisogna convincere i paesi avvantaggiati dall’euro ad ammorbidire le posizioni. Quindi la domanda diventa: gli elettori e gli eletti (inclusa sinistra) dei paesi core dell’europa sono d’accordo a dividere con i loro debitori il costo degli aggiustamenti necessari? (stimati da Jacques Sapir nell’ordine di migliaia di miliardi, ogni anno)

    La risposta politica è *già* stata data, ed è no. (vedi vittoria Merkel e accordo con i socialisti: miglioramenti salariali all’interno in cambio di austerità per i piigs). Che poi i motivi siano basso nazionalismo, fomentato da Merkel e co. (i veri antieuropei), non ci piove. Ma è la scelta legittima di chi difende i propri interessi. Puoi contestare questo punto?

    Riguardo la BCE: tu dici che ce la dobbiamo prendere, quindi deve smettere di essere indipendente, no? Ovvio. Sei consapevole che questa indipendenza e la lotta ideologica all’inflazione sono i cardini della sua stessa esistenza, e sono sanciti da trattati che pongono lo stesso problema politico di cui sopra? Quindi come fare a “prendercela”, senza ripudiare tutto il blocco?

    (sto ancora deliberatamente evitando il punto tecnico, cioè che la BCE può fare solo politiche simmetriche e uguali per tutti i paesi, mentre la crisi è asimmetrica… il risultato sarebbe dunque solo la preparazione di una nuova e peggiore crisi di partite correnti. ma concentriamoci sulla politica!)

  71. Kigen ha detto:

    Sì infatti concordo che questo sia il punto della discussione. Riguardo le tue domande rispondo Sì alla prima, convengo che “con le attuali regole di bilancio è impossibile fare una politica di sinistra, ma anche solo di uscita dalla crisi”. Non sono un economista ma ho dei dubbi che “le politiche di austerità sono immodificabili stante l’euro” per cui risponderei di No, non sono d’accordo alla seconda domanda. Inoltre la BCE non è che dobbiamo combatterla ma fare in modo che si muova diversamente, ce la dovremmo prendere noi questa Banca Europea. Questo è un mio pensiero utopico-riformista che sicuramente raccoglierà pochissimi consensi ma credo che ormai ci siamo dentro lo scenario europeo e uscirne sia impossibile quindi meglio puntare sul miglioramento europeista.

  72. rafeli ha detto:

    @Kigen il tuo parere esprime un legittimo timore ma confonde europeismo ed europa con euro ed eurismo. Non sono la stessa cosa, per fortuna.

    Non voglio portare la discussione sulla responsabilità dell’euro nel distruggere le economie del sud europa, anche se numerosissimi economisti di tutte le scuole le rimarcano in modo convincente.

    Ci sono punti più importanti per questa discussione:
    Sei d’accordo che con le attuali regole di bilancio è impossibile fare una politica di sinistra, ma anche solo di uscita dalla crisi? Convieni con me che le politiche di austerità sono immodificabili stante l’euro (vedi accordo di coalizione tedesco)?

    Se confuti queste premesse, bene. Altrimenti mi pare evidente che bisogna combattere allo stesso tempo euro, BCE e movimenti di capitali. Un blocco di politiche che vanno appunto rifiutate in blocco.

    È una lotta che deve essere europea, e non antigermanica, certo. Ma se su questi punti non si agisce mi sembra ovvio che la destra la declinerà a suo modo.

  73. Kigen ha detto:

    E figurati non è che sia contro a prescindere alle politiche del blocco bolivariano. Sicuramente hanno molti limiti e contraddizioni che sarebbe lungo affrontare qui. In questo stesso blog ho cercato di discutere di Chavez dopo la sua scomparsa qui: http://onebigonion.noblogs.org/post/2013/03/14/la-mummia-di-chavez/ Cmq a mio modesto avviso nessun movimento dal basso di contestazione progressista può porsi in un’ottica antieuropeista. Ne ricaveremmo solo un’ondata di merda nazionalista come quella dei forconi e la sinistra che crede di soffiare sul nazionalismo di ritorno o sull’antieuropeismo andrà a sbattere contro un muro. È vero che il principale ostacolo al miglioramento sociale oggi è rappresentato dalle politiche di austerità europea, ma è vero anche che non c’è nessuno Stato Nazionale a contrastarle. E per fortuna aggiungerei. Inoltre se leggiamo la Carta di Nizza è molto più avanzata della nostra Costituzione che tanti sbandierano assieme al tricolore.

  74. rafeli ha detto:

    @Kigen: I BRICS, Chavez, Morales, per fare qualche esempio. Tutto ciò mentre gli spaventapasseri gridavano all’iperinflazione.

    Ora, nel merito?

  75. Kigen ha detto:

    Non ho capito ma Chi sta facendo protezionismo e sovranità monetaria?

  76. rafeli ha detto:

    La sinistra è sparita dai luoghi istituzionali proprio perché ha accettato il frame There Is No Alternative. Ci si è fatti prendere per soffocamento. Trattando sulle briciole e accettando che i padroni imponessero la “stabilità”, le “regole europee”, il “dove troviamo i soldi”. Quel frame che stai fomentando anche adesso con la storiella del centro divenuto periferia.

    Vi invito a riflettere su cosa sta facendo la periferia per divenire centro (e soprattutto per creare benessere per i propri cittadini). Sta applicando, dopo decenni se non secoli di colonialismo anche economico, le armi principali degli stati moderni.
    Sovranità monetaria, protezionismo(che volgarità signora marchesa)e nazionalizzazioni.
    Questi strumenti hanno permesso ai partiti progressisti di FARE IL LORO MESTIERE. E quindi di convincere. E quindi di vincere.

    Liquidare queste importanti conquiste come “massoneria della troika e del signoraggio”, solo perché gli ignoranti esprimono il problema con le uniche definizioni che conoscono, è vergognoso.

  77. simone ha detto:

    Quello che volevano fare i fascistelli in questi giorni ricorda molto ciò che si legge in “Marcia su Roma e dintorni” di E. Lussu

    “Avenne l’inevitabile. In parecchie regioni i combattenti senza terra invasero i latifondi incolti, insieme con i contadini più poveri. Mussolini, allora, si schierò con i contadini. L’eccitazione delle campagne era ben poca cosa di fronte a quella delle città. […] Ne nacquero violente invasioni di negozi con saccheggi e conflitti. “Abbasso gli affamatori del popolo! La rivolta è una necessità assoluta per colpire la voracità degli affamatori!”, scriveva nel suo giornale Mussolini.”

    È quindi giusto raggiungere queste persone, con gli strumenti della comunicazione, ma ricordandosi che è necessario sporcarsi le mani: la comunicazione non deve essere uno strumento per mantenere le distanze.
    E questo “mescolarsi”, come è stato chiamato più volte sopra, deve guardare a diverse parti: non solo quelli che si sono “persi” in derive reazionarie, ma anche con una parte di società che non è caduta in quella trappola, che non si riconosce nei movimenti che hanno partecipato al 19 ottobre ma ne condividono alcune istanze. Ad esempio, tutti quelli che hanno partecipato alla manifestazione del 12 ottobre.

    Allo stesso tempo, non ci si deve spostare verso le posizioni reazionarie che hanno fatto già breccia verso parte della popolazione.

    È un duro equilibrio, difficile da mantenere.

  78. Kigen ha detto:

    Le perplessità che esprime ellepuntopi sono legittime, alla fine non si può mettere tutto dentro nel calderone per puro spirito ribellistico con il rischio alto che stai a rimorchio della peggio feccia fascista. Non so se questo fosse implicito nella posizione di infoaut e tantomeno mi interessa, so solo che, magma sociale o meno, il bersaglio di questa protesta dei forconi siamo anche noi: noi che non siamo il palazzo, ovviamente, ma siamo lì a tessere dei fili di contatto tra gli strati della società senza fare la guerra tra poveri. Sono alquanto preoccupato, può pure essere che questa protesta sfiammi presto in modo naturale però la merda alzata da questi con i tricolori in mano e i grugniti idioti è abbastanza per non invocare una boccata d’aria fresca al più presto.

  79. ellepuntopi ha detto:

    Ottimo pezzo, che mi trova d’accordo su diversi punti. Non tutti. La faccio breve, volo ancor più basso delle supposte sussunzioni o delle assunzioni di supposte, dico che a mio parere sono una manica di fascisti di merda con infiltrazioni mafiose nelle cui piazze non si deve stare né sostare e neppure passare a raccattare la qualunque, e mi concentro sull’ultimo punto: chi siamo, dove andiamo, sì ma quanti siamo? Un fiorino.
    La situazione attuale è spaventosamente simile al topos weimariano, la protesta di una borghesia impoverita tendente alla proletarizzazione e di un proletariato incazzato perché deprivato dell’illusione del benessere: come allora le parole d’ordine sono soldi e suolo. Il nemico che ieri era la massoneria plutodemogiudaica oggi è la massoneria della troika e del signoraggio: il nemico esterno, ‘ste cose qui, ci siamo capiti.
    Le similitudini con Weimar sono tante troppe, per non rendersi conto che se questa è stata una messa in scena di buffoni, utili idioti funzionali a qualche gretto e immediato disegno politico locale, ha ottenuto però l’appoggio di piccola borghesia e proletariato disperato e incazzato. Erano in tanti, senza alcuna rappresentanza istituzionale (partito, sindacato) né di base (movimenti) e potrebbero domani essere ancora di più.
    Però c’erano anche il 14 dicembre 2010, il 15 ottobre 2011, corpi giovani e meno giovani desiderosi di scendere per strada e gridare la loro rabbia. Sono stati processati, allontanati, espulsi. Si è gridato agli infiltrati, ai coatti, ai fasci, agli ultrà (!?) e si sono rimandati a casa. Il 19 ottobre non c’erano: le parole d’ordine sollevazione e assedio non erano per spaventare alcun Palazzo d’Inverno del potere. Erano messe lì apposta, interne, per noi, per escludere questa fetta di popolazione.
    Oggi si vorrebbe rincorrerli su altri terreni, in nome di non so quale fascinazione della moltitudine desiderante, o in nome di unicum non replicabili come alcune lotte locali, dalla valle a Niscemi. (Parentesi. Lì si lotta per parole d’ordine quali difesa del lavoro e del territorio, ambiente e diritto alla salute, ed è vero che il certosino e magnifico lavoro dei compagni ha fatto sì che si prevenissero derive destre e si coinvolgesse l’intera comunità, che le rivendicazioni fossero collettive e il territorio fosse trasformato in bene comune e non in ‘roba’. Ma il paragone tra quelle esperienze e le piazze dei forcojoni (cit.) resta improponibile. Chiusa parentesi).
    Ma che senso ha rincorrere adesso interi segmenti sociali, classi, che hai scacciato negli ultimi anni. E allora la domanda vera è proprio: ma questa ultrasinistra che cazzo vuole fare? E’ pronta ad accogliere dentro di sé la rabbia e la disperazione dei depoliticizzati e dei frustrati, a mescolarsi, a mettersi in gioco, a ingrandirsi a dismisura, col rischio che ci trasformiamo in una massa d’urto inarrestabile e perciò rivoluzionaria? E’ pronta l’ultrasinistra a fare la rivoluzione, o ha paura?

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