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come un gufo durante il giorno
La regola del silenzio

Sarà un caso che abbia visto uno dopo l’altro il film di Redford “La regola del silenzio” sui reduci dei Weather Underground e quello di Giordana “Romanzo di una strage” ma le similitudini tra le due pellicole sono parecchie e mi aiutano a tirare il filo di una critica a questi prodotti culturali che affrontano il tema dei conflitti dei decenni 60-70 del secolo passato.

La voglia di esorcizzare lo spettro del conflitto è un maledetto classico della cinematografia più recente, soprattutto in Italia, ma anche in America si operano strategie culturali altrettanto aggressive di celebrazione del potere. Pensiamo ad un film precedente di Giordana, “La meglio gioventù” dove è un fiorire di revisionismo storico stile Mulino Bianco con la famiglia i cui membri che affrontano il conflitto o escono pazzi o muoiono: la donnina gentile che improvvisamente diventa una feroce brigatista rossa e non si cura più del marito saggio responsabile e democratico impersonato da Locascio (l’attore sembra appena uscito dal set dei “Cento passi” ma con Impastato che si è appena iscritto al PDS di Occhetto).

Anche nel film di Redford il richiamo alla dinamica conflitto politico-distruzione dei legami familiari è pesante. Addirittura i reduci dei grandissimi Weathermen che si palleggiano le condanne da scontare a seconda di chi tiene i figli o meno: “tu non tieni la bambina quindi puoi andare in galera” è questo il senso di tutto il pastone hollywoodiano. Del resto anche in un’opera fondamentale della letteratura statunitense come “Pastorale americana” di Roth c’è questa caduta da psicanalisi da quattro soldi per cui la militante dei Weathermen deve per forza avercela coi genitori altrimenti non si spiega perchè sia “impazzita”.

Ovviamente il riflusso degli anni ottanta è alle porte e salva tutti i registi e gli intellettuali da doversi lambiccare troppo il cervello sul perchè di questo impazzimento collettivo e talvolta ai combattenti dell’epoca viene anche reso sulla scena l’onore delle armi.Nella prima parte del film di Redford una splendida Susan Sarandon interpreta a dovere la fierezza dei pochi militanti americani che gettarono le loro vite nel generoso tentativo di fermare il genocidio perpetrato dagli USA in Vietnam.

A posteriori, da un punto di vista etico, i Weathermen sono stati degli eroi del Novecento e tutto quello che riguarda la loro strategia e il problema della violenza passa in secondo piano. La Sarandon da militante appena arrestata dopo trentanni di latitanza dice una cosa tipo “avevamo ragione ma abbiamo sbagliato”. Nel film non emerge con la dovuta nettezza la strategia dei Weathermen di piazzare ordigni esplosivi senza fare vittime e quindi per un momento si viene risucchiati nell’eterno ricatto del dibattito violenza-nonviolenza che, di fronte all’osceno massacro del Vietnam, è una cosa veramente ridicola e offensiva. Redford invece chiude l’esorcismo sullo spettro del conflitto con il richiamo agli affetti della famiglia borghese. I militanti avrebbero fatto bene a rimanere coi loro cari e a non rovinare le vite dei poveri bambini. Ovviamente le donne in cucina e i maschi a fare la carriera nelle professioni rispettabili.

La morale è dunque la solita, il fantasma del conflitto è una brutta bestia che non fa dormire la notte, a distanza di decenni, centinaia di scrittori produttori e sceneggiatori degli Studios hollywoodiani e quando si scende in campo contro il mostro dello Stato occorre avere una vittoria sull’avversario per salvare la propria memoria. Come diceva Walter Benjamin «Neppure i morti saranno al sicuro dal nemico, se vince. E questo nemico non ha smesso di vincere».

 

1 Comment to “La regola del silenzio”

  1. Jacquelyn ha detto:

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