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come un gufo durante il giorno
Lo stallo istituzionale e il feticcio della governabilità

Nonostante l’attuale stallo istituzionale e le divisioni insolubili tra i partiti rappresentati in Parlamento almeno su una cosa sembra che le forze politiche siano sempre d’accordo: va cambiata la legge elettorale. Su come cambiarla emergono poi differenze di vedute, chi la vuole con il doppio turno alla francese e chi maggioritaria all’inglese, pochissimi ipotizzano un sistema proporzionale puro senza sbarramenti poichè sembrerebbe un ritorno alla Prima Repubblica. Attraverso il sistema elettorale si cerca di imporre prima di ogni cosa la “governabilità”. Questo significa che, come è possibile con l’attuale testo coniato anni fa da Calderoli, anche se prendi un 25% dei voti puoi ottenere la maggioranza assoluta dei seggi alle Camere. E poi, secondo prassi ormai consolidata, puoi anche eleggerti le cariche istituzionali un tempo di garanzia e affidate alle opposizioni. Con pochi voti e un solo voto in più degli altri puoi ottenere il Presidente del Consiglio, il Presidente della Repubblica, i presidenti delle Camere.

Tutto ciò non turba e non ha mai turbato il sonno democratico della maggioranza di quel “popolo della sinistra” che ha visto invece con favore in questi anni l’avanzata di questa pericolosa concentrazione di poteri per lo più con l’obiettivo pragmatico di “battere le destre” e fermare il cattivissimo Berlusconi. Il ragionamento però ha dei vizi di fondo: si sta dicendo in sostanza che per fermare il possibile strapotere berlusconiano ci vuole una forzatura della democrazia rappresentativa parlamentare che favorisca i governi eletti e dia poteri emergenziali che a colpi di fiducia possano rassicurare i mercati e gestire l’economia. Facendo questo, però, i democratici hanno costruito le premesse del possibile dominio anche politico (oltre che economico) berlusconiano, visto che negli ultimi venti anni di maggioritario quel voto in più utile per governare da solo lo ha preso il Cavaliere e non le coalizioni di centrosinistra. Volendo costruirsi uno scenario istituzionale su misura per arrivare al potere gli ex dirigenti del Partito Comunista Italiano hanno servito su un piatto d’argento un completo dominio dei propri avversari.

Si potrebbe obiettare che, una volta preso quel voto in più di Berlusconi, il centrosinistra abbia gli strumenti per cassare una volta per tutte l’anomalia delle destre populiste facendo leggi radicali sulla giustizia, sul conflitto di interessi etc. Questo invece non è mai avvenuto e mai avverrà per motivi molto semplici: è ragionevole che uno schieramento, avendo solo pochi voti più degli avversari e pur disponendo di una quantità spropositata di parlamentari rispetto agli altri, si muova comunque con grande cautela prima di attaccare il potere dei propri rivali. Si rischierebbe innanzitutto di perdere quel voto in più e passare all’opposizione dove, è presumibile ed è spesso avvenuto, le destre non si faranno problemi a “non fare prigionieri” e non ricambiare il favore del fair play delle sinistre.

Che cosa dovrebbero fare queste ultime, allora, per contrastare efficacemente il sistema berlusconiano? Basterebbe andare in direzione contraria al feticcio craxiano della “governabilità” e restituire un posto rilevante all’espressione di contenuti, di mediazione di interessi, di rappresentanza di conflitti sociali. Ridurre tutto allo schema governista ha tolto ogni legame tra ceto politico e cittadini, l’americanizzazione della politica ha distrutto il controllo minimo dei soggetti sociali sui gruppi dirigenti. Questi vengono criticati e insultati come “casta”, ma sono stati gli stessi cittadini della società civile bevendosi il modello americano a togliersi ogni strumento di controllo sugli eletti che poi, stranamente, non fanno che “rubare”.

Dopo Tangentopoli ci fu il passaggio storico all’elezione diretta del Sindaco e al sistema maggioritario e presidenzialista e tutto parve finalmente possibile: sbloccare la burocrazia e le beghe interne tra i partiti, affidare ad un leader le scelte decisive per la città, aprire cantieri e governare all’americana. La sinistra ha spinto su questo percorso perchè vedeva la possibilità di scalare il potere anche mantenendo gli stessi consensi che nel sistema proporzionale l’avrebbero rappresentata al pari delle altre forze politiche. Intanto i nuovi sindaci eletti con questo sistema formarono le proprie truppe d’assalto contro la città: il territorio diventava una nuova miniera di accumulazione di profitto, le aziende pubbliche diventavano Spa gestite dal primo cittadino che piazzava i propri sostenitori, clienti e corpi armati a difesa del potere personale che andava crescendo sempre più. Con gli imprenditori amici, con un consiglio comunale completamente inesistente e asservito ai poteri della giunta e con la giunta fedele espressione del sindaco, nascevano progetti faraonici di urbanistica, sempre più folli e mai portati a termine. L’importante era dare l’impressione di “sbloccare” l’immobilismo decennale da cui si proveniva e nel caso di contestazione si sarebbero usate le squadracce delle municpalizzate.

Poteva capitare che il Sindaco di una città meridionale ed esponente politico del centrosinistra aggiungesse un tassello ulteriore a quello di protagonista di operazioni spregiudicate di imprenditoria territoriale e demagogo contro i soggetti deboli, gli immigrati, i poveri etc, demagogia usata per accrescere il proprio consenso elettorale presso la popolazione di orientamento politico reazionario. Questo quid in più è rappresentato dalla violenza squadristica usata come mezzo e come risultato del proprio clientelismo. Si sono controllati e poi elargiti dei posti di lavoro con il solito metodo del ricatto e del paternalismo a persone disagiate che, una volta inquadrate e messe sotto la propria ala protettiva, sono poi diventate gli sgherri della propria politica, gli alfieri delle scelte e i sicari contro gli avversari politici di turno, non raramente anche minacciati o picchiati da questo nuovo squadrismo. La nuova fase di precarizzazione del lavoro ha visto un controllo maggiore di queste elites politiche sulla povertà, con l’uso anche del collocamento interinale e delle aziende miste pubblico-private per la creazione di queste clientele. La precedente povertà culturale e l’abbrutimento dei lavoratori inglobati ha permesso quindi il formarsi di queste squadracce, forza militare sul territorio di un consenso guadagnato anche attraverso altre elargizioni alle proprie associazioni, a gruppi di quartiere, al rapporto con i clan camorristici gestori di pacchetti di voti. Questo è l’aspetto più odioso e singolare di questo sistema locale di potere, corrotto e violento, che gestisce la miseria e spegne le voci dissenzienti condannandole alla marginalità. Per questi motivi, ritengo questo modo di far politica, aldilà delle etichette “post-comuniste”, “progressiste” o “democratiche”, una forma di fascismo. Magari un micro-fascismo, una forma postmoderna di fascismo, ma pur sempre un sistema di controllo autoritario di gestione del capitalismo.

La città dove vivo era una città un po’ grigia, piena di traffico, il Corso principale non era ancora isola pedonale e le periferie facevano un po’ schifo. Non erano arrivate neanche le fontane e i marciapiedi e i sindaci venivano scelti da De Mita e duravano spesso pochi mesi. Infatti è anche difficile ricordare il nome dei primi cittadini dell’epoca, erano tristi personaggi della burocrazia della prima repubblica, professori universitari, medici, professionisti anche abbastanza rispettabili che non avevano grandi poteri di intervento nè sull’urbanistica già incasinata della città nè tantomeno potevano capeggiare cordate di imprenditori famelici e di clienti in attesa di essere piazzati nelle aziende municipalizzate. Non che non esistesse il clientelismo, c’era pur sempre la Democrazia Cristiana, però la figura del Sindaco esprimeva una mediazione tra i vari poteri cittadini e non, tra i ministri di riferimento e le correnti politiche più forti e le scelte di investimento sul territorio non erano gestite da Palazzo di Città nè riguardavano un uomo solo al comando. Poi, dopo Tangentopoli, ci fu il passaggio storico all’elezione diretta del sindaco, al sistema maggioritario e presidenzialista, e tutto parve finalmente possibile: sbloccare la burocrazia e le beghe interne tra i partiti, affidare ad un leader le scelte decisive per la città, aprire cantieri e governare all’americana.

Un complesso sistema di potere e un metodo corrotto e spregiudicato di fare politica che usa la legittimazione democratica per condurre speculazioni affaristiche e affari imprenditoriali insieme ai gruppi ed alle lobbies economiche. Questo sistema di potere, peraltro creato da politici provenienti dal vecchio Partito Comunista Italiano, ha molto a che vedere con quel vecchio clientelismo meridionale di marca storicamente democristiana, successivamente socialista, fortemente legato sia alla criminalità organizzata che alle imprese private. Lo scarto in più rispetto al vecchio clientelismo lo abbiamo, però, in questo sistema, grazie al nuovo ambiente istituzionale nato dalla cosiddetta Seconda Repubblica, segnato dalla concentrazione dei poteri, del maggioritario, dei Sindaci manager e della riduzione della mediazione politica e democratica una volta presente nei partiti di massa. Il Sindaco, una volta eletto, ha assunto delle funzioni eccessive e poco controllate rispetto alla sua funzione originaria: a lui è stato affidato un ruolo guida nella svendita del patrimonio pubblico cittadino ai privati, nella valorizzazione capitalistica dei beni comuni, del territorio, beni un tempo preservati dalla mercatizzazione e dalla svendita al miglior offerente. Questo ruolo di politico-imprenditore, ben prima di quello poi assunto di Sindaco-sceriffo e di demagogo intollerante, è stato condiviso e propugnato da tutta la classe politica italiana, di centrodestra e centrosinistra.

1 Comment to “Lo stallo istituzionale e il feticcio della governabilità”

  1. Il nostro inviato a Pyongyang ha detto:

    Dalla nostra posizione privilegiata democratico-popolare guardiamo con apprensione e sgomento a quel che succede nella tua città, in cui non ci sono nemmeno i generali dell’esercito a limitare e mediare un po’ l’accentramento di potere nelle mani del capo supremo.
    Speriamo che qui nel cuore dell’estremo oriente non si precipiti mai in una emergenza democratica così insostenibile come quella che siete costretti a vivere a Salierne, in cui non vi è spazio nemmeno per debordisti e maodadaisti.

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